martedì 2 novembre 2010
Senza Titolo
Forse è la presunzione di controllare le nostre vite che ci fa diventare cosi. Programmare se domani guardo un film o vado a correre, fare piani, e questo che ci fa essere cosi. Continuare a distribuire giornate come se fosse neve al sole, li ad aspettare che si sciolgano. Da oggi a due mesi stringo la cinghia ma poi me ne vado al mare. Viviamo forse incapaci di passare il tempo divisi tra azioni e reazioni in uno spazio inesistente. Finzione e stagioni, passare e ripassare, posare ed abbattere, ora dopo ora, contando i minuti per dare senso alla notte. Ce ne stiamo stonati, chi da chi, chi da cosa, incapaci di mettere veramente in azione il cervello perso tra l’incapacità di essere normali e la condanna di esserlo. Provando e riprovando accorgendosi che non basta e che non c’è strada, per dirla all’inglese. Allora come ad un tempo restio a farsi penetrare e un tempo al presente e uno al futuro, c’è un passato ingombrante e una realtà che non serve a nulla. Allora ci illudiamo di essere ciò che non siamo, passiamo il tempo persi in quell’idea, forse una vita, forse la vita. Come se non ci fosse un domani ma che un domani ci sarà forse per sempre. Lottiamo e ridiamo, fingiamo, siamo tristi, allegri e usiamo. Noi siamo usati invece come oggetti bianchi, finché la polvere non li cambia in grigi, così come noi invecchiamo, e passeggiamo lontani, soli e per sempre. Ma è nel nostro cervello che ci siamo. Quando ci lasciano spazi. Quando siamo lontani da situazioni scontate che viviamo e vivremo forse per sempre.
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